
La biblioteca Manfrediana conserva importanti testimonianze di decorazione libraria che possono essere divise in tre categorie a seconda dei media: frammenti, manoscritti e incunaboli. Il fondo dei “frammenti”, studiato da monsignor Giuseppe Rossini, è costituito di pergamene di riuso provenienti per la maggior parte dall’archivio notarile. I fogli di vecchi codici ormai non più utilizzati venivano rimpiegati come coperta di un libro, registro, oppure come carte di guardia. Tra i più di trecento frammenti alcuni conservano quasi miracolosamente miniature. Attraverso questa forma di rimpiego arrivano sino a noi anche preziose testimonianze antiche di XII secolo come l’Expositio in Psalmorum di Cassiodoro (codici ecclesiastici 4) o un Omiliario/Passionario (codici liturgici 22) decorati con iniziali a intreccio a risparmio e a inchiostri colorati. Vista la condizione d’uso non tutte le miniature si sono conservate allo stesso modo: in alcune la policromia è talmente abrasa da permetterci di vedere il disegno sottostante (codici liturgici 12), in altre è quasi intatta come in una pagina di un Kyriale riconducibile all’ambito della bottega di Neri da Rimini (corali 4). Anche le tipologie decorative sono assai varie in amplio arco cronologico dal XII al XIV secolo: dalle più semplici iniziali decorate, a quelle istoriate fino alle iniziali figurate. È il caso quest’ultimo di tre bifogli (codici liturgici 3) provenienti da un messale di fine XIII secolo, in “primo stile” bolognese, che in origine dovevano appartenere a un codice riccamente decorato da un anonimo romagnolo o bolognese in quanto in questi pochi fogli sono presenti ben cinquantotto miniature. Nell’incipit della lettura del vangelo “In illo tempore” la “I“ è sia lettera che il simbolo dell’evangelista del testo che riporta: il toro per San Luca, l’angelo per San Matteo, l’aquila invece rappresenta San Giovanni e, infine il leone di San Marco. Un altro frammento che spicca per la qualità delle miniature è il Decretum Gratiani (codici giuridici 6) certamente bolognese attorno agli anni Trenta del XIV secolo, condivide simili soluzioni e tendenza stilistica di uno dei miniatori bolognesi più importati dell’epoca, il cosiddetto Illustratore che più di una volta si cimenta nella decorazione di preziosissimi manoscritti contenenti il Decretum Gratiani , testo assai celebre e fortunatissimo in ambito felsineo. Tra i manoscritti decorati spiccano per grandezza e importanza i corali e gli antifonari che la biblioteca custodisce. Questi grandi libri da coro venivano utilizzati dalle comunità ecclesiastiche per intonare i canti durante le celebrazioni seguendo l’ordine del calendario liturgico del proprio del tempo o dei Santi. Il più antico di questi è l’antifonario cistercense Ms. 770, copiato da “frater Palmieri de Sancto Giorgio monachus Casenove”, ascrivibile alla fine del XIII secolo la cui provenienza originale sembra essere la chiesa Santi Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane di Roma. Seguono poi due splendidi corali Quattrocenteschi Ms. 771 e 774, nella carta incipitaria del primo vi è Sant’Andrea a mezzo busto nella “D” di Dominus contornato da un fregio popolato da putti, pavoni, mascheroni e decorazioni fitomorfe, mentre il secondo reca sul recto della quarta carta un teschio in una collina nella “R” proprio del requiem aeternam dona eis Domine. Se da una parte è vero che a mano a mano la stampa si sostituisce al manoscritto e la miniatura diventa sempre meno comune, dall’altra è vero anche che la decorazione libraria non muore mai del tutto come dimostrano alcuni corali (ms. 769, 767, 766 e 773) e manoscritti (ms. 82) conservati in biblioteca che arrivano sino al XVIII secolo e oltre. cento incunaboli, alcuni dei quali impreziositi da splendide miniature. Nell’Italia del Quattrocento la produzione del manoscritto raggiunse il suo massimo splendore: manoscritti superbamente miniati e una differenziata tipologia di libri pervenuti, sia nel formato che nella veste grafica, erano pervenuti a un risultato di tale funzionalità e bellezza da costituire un insuperato modello per parecchi decenni anche per la stampa. All’inizio della sua vita il libro a stampa cerca di riproporre le caratteristiche del manoscritto. Così come nei manoscritti l’illustrazione e l’ornamentazione era affidata ai miniatori, anche quelle dei primi libri a stampa venne affidata alle abili mani di questi artisti, spesso sconosciuti. La decorazione dipendeva anche da quanto il committente sarebbe stato disposto a spendere: un tanto per un “principio” (una pagina di frontespizio interamente miniata), per una “storia” (una miniatura, o per una miniatura grande, e un tanto per le diverse categorie di iniziali e la loro ricchezza. Solitamente indicate in base a quante righe di scrittura occupavano in altezza.
Le illustrazioni più semplici riguardavano le iniziali e le rubriche : Rosso per le rubriche, lettere iniziali blu per le minori, Negli incunaboli venivano lasciati in bianco i capilettera.
I colori per l’illustrazione dei manoscritti erano composti da pigmenti naturali, quali le terre (ocre rosse, brune, gialle), o artificiali, a base di depositi metallici diversi (per l’arancio, il rosso e il marrone). Potevano inoltre essere ricavati da pietre dure o minerali a base di rame, o anche da piante (per il blu, il verde – dallo spincervino – e l’azzurro); per il bianco si usavano calce spenta, biacca di piombo o ceneri di ossa calcinate; il giallo era un trisolfuro di arsenico, oppure un estratto di zafferano. Questi pigmenti venivano macinati e stemperati in una soluzione, contenente acqua di miele, gomma arabica o chiara d’uovo, che ne permettesse l’aderenza alla pergamena.
La biblioteca comunale Manfredina conserva dieci incunaboli definibili propriamente miniati su circa un centinaio in totale. I libri stessi ci forniscono preziose informazioni sul luogo di stampa (Venezia, Mantova, Roma e Napoli), sugli stampatori (tra i quali sono presenti personalità di grande rilievo come Niccolò di Jenson e Vindelino da Spira), sulla data di esecuzione. La decorazione dipendeva molto dalle circostanze: gli incunaboli potevano essere miniati direttamente nella tipografia o in un momento successivo per volontà dell’acquirente a seconda del gusto e delle possibilità economiche. Di particolare pregio è l’Historia Romana (Inc. 61) sia per le miniature che per la raffinata coperta, le cui decorazioni si espandono persino nei tagli del volume: le pagine nel loro insieme formano dei motivi geometrici a losanga. Nel verso della prima carta vi è un’iniziale istoriata (1v “Pathorum”) con un mezzo busto di profilo all’antica con le iniziali “P.C.” da ricollegare al nome del traduttore e autore dell’opera Pier Candido Dicembrino del testo originale in greco di Appiano di Alessandria. Questo volume è intriso di cultura testuale e grafica “all’antica” che si riflette sia nell’introduzione della scrittura umanistica nella stampa, sia nella forma delle iniziali miniate che riflettono la spigolosità dell’epigrafia latina. L’interesse per l’antichità e la scrittura nel Quattrocento è un fenomeno centrale come testimonia anche l’importantissimo codice della biblioteca Manfrediana (ms. 7) Sylloge inscriptionum latinarum veterum in parte attribuito a Felice Feliciano. Il testo in fine si chiude con dei raffinati versi del poeta triestino Raffaele Zovenzoni che ci informano che il volume è stato stampato da Vindelino nel 1472. Oltre ai libri che presentano decorazioni “a pennello” la biblioteca conserva vari esemplari con più semplici ed economiche iniziali a inchiostro rosso, blu, verde, o in alcuni casi con xilografie colorate











